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INTERVISTA A GIGI SULLO, DIRETTORE DELLA RIVISTA CARTA | INTERVISTA A GIGI SULLO, DIRETTORE DELLA RIVISTA CARTA |
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Il governo Prodi è caduto. Ed è
fallita l’idea che una compagine governativa grande, da Dini a Bertinotti,
potesse portare ad un avanzamento democratico.
Anche perché quell’idea
implicava un circolo virtuoso tra sinistra nel governo e movimenti. Invece, ci
troviamo con un aumento della distanza
tra movimenti e sinistra e tra società e politica (o meglio istituzioni). Come
si colma questa distanza?
Questa
distanza non si colma. Bisogna finalmente prendere atto che le forme
novecentesche della politica, la democrazia rappresentativa e i partiti, sono
state travolte dalla globalizzazione, dal dominio dell’economia e dalla
frantumazione sociale e del lavoro. Questo significa, per dirla in una parola,
che altre forme della democrazia, adatte ad altre forme dell’economia, dovranno
nascere, anzi stanno già nascendo, nella società civile, quella attiva, quella
che si organizza in molti modi e su molti temi. A questo aggiungo che secondo
me la principale di queste esperienza di «costituzionalizzazione» dal basso è
quella die movimenti territoriali, che riuniscono, nella forma della
cittadinanza, quel che un tempo si riuniva nella forma delle classi [che non
sono scomparse, ma appunto sono frantumate].
Sì, ma oggi?
E’ possibile, anche se non prioritario, che movimenti e comunità usino le
istituzioni attuali, o perfino i partiti. Ma questo richiede una autonomia
prima di tutto del pensiero, della cultura, attorno alla quale si riconnettono
pezzi di società. Se si continua a credere che la sola via sia quella dello
stare nelle istituzioni, si è perso in partenza.
Ho già
risposto. Non credo che i movimenti «insegnino» alla politica, che nella
sostanza non è riformabile [anche se, ripeto, credo nel muro e collegamenti con
persone e gruppi nelle istituzione nei
partiti sono spesso non solo possibili, ma preziosi]. Penso che i movimenti, o
le comunità in formazione, insegnino a se stessi. Cosa tanto più vera, se si
guarda al globale, finalmente: esistono movimenti, come quello dell’acqua, o
Via Campesina, che affrontano la questione per quel che è: mondiale. E’ chiaro
che le politiche nazionali diventano meno importanti.
Questa è la prima campagna
elettorale veramente “americana” della storia italiana. E’ come se il referendum
elettorale avesse prodotto i suoi danni senza necessità di svolgersi. E’
scomparso ogni timore per il ritorno al
governo di Berlusconi; anzi i due partitoni si legittimano a vicenda. Che deve
fare
Parliamo di Roma. Carta circa un anno fa Carta ha
lanciato la “questione romana”, trattando della crisi del sistema veltroniano.
Che cosa è stata
Ci vorrebbe
un trattato, per ripondere a questa domanda. Mi limito a dire che Veltroni ha
«modernizzato» Roma assai più di Rutelli, e in modo implacabile. La «modernità»
consiste nell’offrire la città sul mercato globale delle città,
intrattenimento, turismo e comunicazioni, dando per ovvio il fatto che questo
producesse una separazione brutale tra chi ci guadagna e chi no, che a Roma è
diventata anche fisica, se si guarda alle periferie e al centro sempre meno
abitato e sempre più parco tematico alla Disneyland. Ci vorrebbe secondo me –
ma è facile dirlo – una capacità enorme di proporre non solo soluzioni pratiche
ai problemi più gravi, dalla casa al traffico, ma un immaginario – sul destino
della città tutta intera – in grado di attrarre quanto quello veltroniano [o,
si può dire semplicemente, liberista]. Ma questo richiederebbe una capacità di
stare insieme e di inventare, dei movimenti e degli intellettuali romani non
rassegnati e più innovativi, che invece le necessità della piccola politica o
quelle più legittime dell’azione sociale permanente rendono impossibile. Almeno
fin qui.
Voi avete lanciato il cantiere del
nuovo municipio. Il decentramento amministrativo – iniziato da Rutelli e non
completato da Veltroni –, assieme alla costruzione dell’area
metropolitana, potrebbe essere un
terreno di avanzamento democratico?
Certamente
può esserlo. In fondo, alcune delle cose migliori di questi anni le dobbiamo a
qualche Municipio intelligente [come il X e l’XI]. Bisognerebbe che questa
fosse una campagna incessante, forte, per ottenere il massimo decentramento
possibile, anche delle risorse. |
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| Il governo Prodi è caduto. Ed è fallita l’idea che una compagine governativa grande, da Dini a Bertinotti, potesse portare ad un avanzamento democratico. |