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El Salvador - La riconquista dei sovversivi
Dopo 20 anni di destra, il candidato degli ex guerriglieri è il nuovo presidente del piccolo paese centroamericano. Ora dovrà pensare anche ai reduci di una delle guerre civili più cruente di fine secolo. Storia di Pietro, Ezequiel, Rufina, di Radio Venceremos e della Guacamaya Subversiva
La Guacamaya è un posto fantastico nel mezzo di una selva tropicale ai piedi delle montagne che confinano con l'Honduras. Papayas, mangos, maragnones selvatici, colibrì e una esplosione di colori pazzeschi che ti circondano. È nel nord del dipartimento di Morazan, El Salvador, Centro America.
"La Guacamaya fu chiamata Subversiva a metà degli anni '80"

La Guacamaya fu chiamata Subversiva a metà degli anni '80, quando divenne un «sitio historico» dell'Fmln che vi stabilì uno dei suoi accampamenti con l'emittente clandestina Radio Venceremos e il comando del Fronte nord orientale Francisco Sanchez.
Pietro è sepolto lì, da qualche parte ai piedi di una gigantesca e rigogliosa ceiba, così mi hanno detto, quando nell'89 sono arrivato a Morazan. Ho chiesto, ho domandato curioso chi fosse, cosa si sapesse di lui, ma sono poche le cose che mi sono state raccontate. Pietro era toscano aveva circa una trentina d'anni, era stato sergente d'artiglieria nell'esercito italiano ed era arrivato a Morazan nell'83 o giù di lì. Fu ucciso nell'86 durante l'invasione della zona da parte dei battaglioni d'élite dell'esercito salvadoregno, addestrati negli Usa.
Non ho più saputo nient'altro di lui, non so neanche se quel nome fosse veramente il suo. Del resto l'abitudine dell'epoca era che un guerrigliero - in più, internazionalista - non rivelasse molto di sé. Ho fantasticato spesso su di lui e mi è sempre piaciuto credere che fosse uno dei tanti compagni del '77, magari dei P.iD., i proletari in divisa, di quelli che ci avevano creduto davvero e che di fronte allo sfacelo degli anni '80, il riflusso, le migliaia di arresti, le stragi impunite e il saccheggio del paese per mano dei socialisti di Craxi, non abbia voluto mollare e sia partito per El Salvador alla ricerca di una rivoluzione che non arrivava. Forse mi sbaglio e non è così, ma di certo Pietro è là, sotto la sua ceiba, in quell'angolo di terra alla Guacamaya.
Nell'81 la Guacamaya ancora non era ancora la Subversiva, ma più semplicemente un piccolo villaggio fatto di poche case abitato da una decina di famiglie contadine e nessuna di quelle persone ha mai conosciuto Pietro.
Nessuno di quei bambini, di quelle donne, ha mai potuto assistere all'arrivo delle apparecchiature della Venceremos, vedere i gruppi di teatro popolare, ascoltare la musica de Los Torogoces che arriveranno solo qualche anno dopo. Non hanno potuto conoscere Pietro perché la notte dell'11 dicembre dell'81 tutti gli abitanti, nessuno escluso, furono rastrellati dal battaglione Atlacatl dell'esercito e portati a pochi chilometri da lì, in un luogo oggi conosciuto da tutti in El Salvador.
"El Mozote, la Marzabotto salvadoregna, suprati, massacrati in una notte 1126 uomini e donne"

Si chiama El Mozote, la Marzabotto salvadoregna, il luogo dove fu compiuta la strage più efferata di tutta la storia latinoamericana, dopo la Conquista. In una sola notte, 1126 uomini e donne, bambini e anziani, furono stuprati, assassinati, lanciati in aria e uccisi con le baionette, rinchiusi a centinaia nella chiesa e bruciati vivi, le case fatte saltare in aria, il paese raso al suolo.

Una testimone tra i cespugli
Tierra arrasada, questa era la strategia del colonnello Domingo Monterrosa che comandava il battaglione. Togliere l'acqua al pesce - la guerriglia -, si traduceva nel massacro dei contadini, potenziali simpatizzanti dell'Fmln, radere al suolo tutto senza lasciare testimoni, questi erano gli ordini. Quell'11 dicembre però fecero un errore, Rufina Amaya riuscì a nascondersi tra i cespugli della collina antistante la piazza di El Mozote e si salvò, ma così facendo divenne spettatrice involontaria del massacro, senza poter fare nulla, mentre i suoi figli, la sua famiglia, i suoi compaesani venivano trucidati.Rufina vagò per giorni tra i monti di Morazan, terrorizzata ma viva, con dentro di sé un orrore che la divorava, ma viva, viva e testimone.
Lei sì che l'ho conosciuta, 8 anni dopo il massacro, quando arrivai alla Vence, la radio, Rufina era là, cucinava per tutti noi nella cucina vietnamita, la cucina da campo senza fumo, preparava assieme ad altri i 30-40 pasti necessari per quelli che lavoravano alla Vence, e spesso capitava di dare una mano in cucina, e lì si parlava e ci si conosceva. Rufina non era una guerrigliera combattente, si era avvicinata al Frente dopo la strage, voleva dare una mano e appoggiava la radio come cocinera, consapevole dell'importanza di un mezzo come quello per far conoscere al mondo la storia de El Mozote. Perché questo era lo scopo della sua vita.
E così è stato, per 25 anni Rufina raccontò. Ha passato la vita a raccontare di quella notte e quando finita la guerra, arrivarono i medici legali argentini, gli antropologi forensi, gli stessi che investigarono sui desaparecidos in Argentina, lei era lì con loro durante gli scavi, tra le macerie della chiesa.
El Mozote nel '91 era, oramai da dieci anni, un paese fantasma. La selva lo aveva ricoperto e a malapena si distinguevano le macerie delle case, ma in quei mesi si poteva percepire nell'aria che la guerra stava per finire e per i dieci anni dal massacro andava fatto qualcosa di grande. Tante volte con Rufina ne avevamo parlato in quella cucina che si spostava continuamente e fu durante una di quelle volte che ci venne l'idea, se di El Mozote avevano voluto farne un villaggio fantasma allora, dovevamo riportarlo in vita. All'epoca il governo e i suoi amici ancora negavano che lì ci fosse mai stata una strage, quindi quale migliore occasione dell'11 dicembre del '91?
Iniziammo a lavorare, coinvolgendo tutti e di più, a me e Stefan (el aleman) ci toccò realizzare il monumento che avevamo concepito come il primo passo per ripopolare il villaggio, una famiglia, padre, madre e due bambini tenendosi per mano, grandezza naturale ritagliati da una grande lastra di ferro, dovevano essere il primo gruppo di una serie ma rimasero gli unici a ricordo, il progetto di ripopolare il posto con cento sagome si fermò perché, come spesso accade, la realtà supera la fantasia, e a metà degli anni 90' El Mozote tornò ad essere un paese abitato da gente in carne e ossa.

Che nessuno dimentichi
Rufina nel 2007, all'età di 64 anni è morta. Ha lottato e ha vinto la sua battaglia, ha visto rinascere il suo villaggio e ha fatto in modo che nessuno più dimentichi o addirittura neghi. Rufina è tornata con i suoi, prima di andarsene ha chiesto di essere sepolta al fianco del monumento lì dove, dopo un lavoro durato più di due anni, gli argentini hanno dato un nome a ciascuno e sepolto in un mausoleo i resti ritrovati.
Ezequiel lo conobbi in quella stessa cucina, sembrava il fratello di Angela Davis o di Jimi Hendrix, veniva dalla città di San Salvador dove era stato nei commandos urbani nell'offensiva dell'89 e quando l'aria si era fatta irrespirabile lo mandarono alla Vence a sostituirmi, cosicché ci passai un po' di tempo insieme per trasmettergli quel poco che sapevo di mixer, microfoni, batterie e di come si faceva una radio che trasmetteva dai boschi.
Era un tipo pazzesco, genere figlio dei fiori anni 70', amante del rock, della letteratura americana di quegli anni e delle droghe, simpaticissimo e sempre allegro, portò una ventata nuova nell'accampamento che era composto da molti di estrazione contadina e india e dove chi veniva dalle città aveva un po' quell'aria da dirigente politico che porta il peso della responsabilità.
Ezequiel era diverso, se ne fregava, aveva frequentato l'università nazionale ma la guerra gli impedì di finirla, e voleva combattere, non ce la faceva a stare con le mani in mano, diceva. E così dopo neanche un anno di radio si fece assegnare alle unità combattenti, agli inizi del '91. È stato sfortunato Ezequiel, morì pochi mesi dopo in quella che fù l'ultima incursione dell'esercito a Morazan prima della firma degli accordi di pace del 31 dicembre 1991. Cadde ferito in un luogo chiamato Planta de Jocoaitique, i suoi compas lo caricarono su un pick-up ma non riusci a cavarsela, morì dissanguato prima di arrivare all'ospedale da campo.

Pain, uno che ce l'ha fatta
Eravamo amici io e Ezequiel e come lui altri ne ho persi in quegli anni, Leonida il logistico clown, Martina e Filomena di 16 e 18 anni, Lito, El Goyo, Guillermo e Paco. Ma Pain no, Pain ce l'ha fatta, ha resistito e ce l'ha fatta, è vivo. L'ho rivisto l'anno scorso e mi ha sconvolto, erano 13 anni che non mettevo piede in El Salvador e mi è venuto incontro mentre visitavo il museo della rivoluzione di Perquin, non l'ho riconosciuto subito e poco a poco ho realizzato, quel ragazzone che zoppicava e con un braccio paralizzato era Pain.
Pain era stato assegnato alla mia unità (è proprio il caso di dirlo), quando lasciai la Vence e Ezequiel prese il mio posto. Avevo il compito di filmare l'offensiva del '90 e le azioni dell'unità antiaerea. Lui mi aiutava con l'attrezzatura, eravamo un'unità fatta di due persone. Pain ha una decina di anni meno di me, ma in quelle settimane è stato un po' come un fratello maggiore con la sua esperienza, era entrato nel fronte a 16 anni. I suoi consigli mi sono serviti molto in quei giorni, posso dire con certezza che senza di lui non ce l'avrei fatta a superare quelle settimane dell'ultima offensiva del Frente.
Tornammo a Morazan e ci separarono, mesi dopo seppi che era stato ferito gravemente alla testa, in uno scontro sulla «carretera negra», cercando di bloccare una colonna dell'esercito che invadeva Morazan pochi mesi prima della firma degli accordi di pace, erano i giorni in cui moriva Ezequiel.
Oggi Pain è uno delle decine di migliaia di lisiados, invalidi, che quella guerra ha lasciato. Nel '92 ha ricevuto un indennizzo come reduce, un ettaro di terra paludosa sulla riva del mare a 150 km da dove vive. Viste le sue condizioni fisiche e la distanza non ha mai potuto coltivarla. Pain vive in una baracca con il pavimento in terra battuta, una moglie malata e due figlie. Pain riceve 150 dollari al mese di pensione da invalido di guerra, niente in un paese «dollarizzato». Pain per arrotondare lavora al museo della rivoluzione di Perquin e studia informatica, non cede e non si dispera, ma non basta.

"Quasi 100 mila morti e altrettanti invalidi su 3 mln di abitanti"

Quasi 100 mila morti e altrettanti invalidi, per un paese all'epoca di 3 milioni di abitanti, sono una ferita ancora aperta per El Salvador, ma le questioni irrisolte della terra e della giustizia sociale ed economica, lo sono ancor di più. Le antiche ragioni che spinsero una generazione intera a impugnare le armi sono ancora quasi tutte lì, la dollarizzazione di El Salvador ha messo in ginocchio l'economia già devastata del paese, la farsa della riforma agraria post accordi di pace in pochi anni è crollata su se stessa.
Sono tante le sfide che aspettano Mauricio Funes ma di certo quella per i diritti dei reduci di quella che fu una delle guerre civili più cruente di fine secolo, è una delle priorità. Per la gente di El Mozote e della Guacamaya, per Pietro, Ezequiel, Rufina e Pain.

da Il Manifesto del 17.03.2009
 
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