Serena, Gaia e Marta sono tre “inquiline” di Castrense.
L'occupazione, nata nel 2003, ospita sessanta famiglie.
Italiani e migranti si sono divisi gli spazi, ora regolarizzati.
Lavorano e fanno anche teatro con il "Piccolo InCastro"
Ci sono posti che Roma nasconde. Uno di questi si chiama Castrense. Un palazzo, a via Caltagirone 6. Qui, nel giugno 2003, c’è stata una delle prime occupazioni abitative di Action. Dopo 12 anni di abbandono, questo stabile [di proprietà di un erede del conte Vaselli] è diventato una casa per 60 famiglie in emergenza abitativa.
Serena ha 34 anni ed è qui dall’inizio. È arrivata a Roma da Sondrio nel novembre 2002. «Sono a Castrense per il motivo di tutti gli altri. Non mi potevo permettere una casa a Roma. Così, mi sono messa in fila a uno degli sportelli di Action». Oggi abita al quinto piano. Questo posto, senza di lei, sarebbe un’altra cosa. È lei che convoca l’assemblea di palazzo che si tiene ogni settimana. Se serve una lampadina, lo sa lei dove stanno quelle di scorta. È anche sua l’idea dei corsi di capoeira per i bambini, tutti i venerdì. «Abbiamo cercato subito una mediazione con i proprietari e con il Comune. È questo il modo in cui Action cerca di fare le cose: agitare il problema con le occupazioni, ma poi trovare le soluzioni che diano una casa non solo agli occupanti, ma a tutti quelli che ne hanno bisogno, attraverso il dialogo e la mediazione». All’inizio il proprietario non ne voleva sapere. Anche il Comune, a un certo punto, ha mostrato i muscoli. È arrivato un tentativo di sgombero: giugno 2005. La polizia ai cancelli ha trovato, però, mille persone. «Si è mobilitata un’ampia rete di solidarietà. A quel punto, il costo politico e sociale di un’azione di forza sarebbe stato troppo alto». Niente sgombero, allora, e “regolarizzazione” di Castrense: contratto d’affitto di 6 anni più 6 tra il Comune e il proprietario. «Ora siamo un Centro di assistenza alloggiativa temporanea. Legale. Lavoriamo insieme al IX municipio, che ci riconosce nel nuovo piano regolatore sociale e che ogni giovedì ospita il nostro sportello di emergenza abitativa».
Marta ha 32 anni e viene dal Perù. Fa le pulizie nelle case della Roma bene. In Italia ha incontrato Mario, anche lui del suo paese, che lavora in un’edicola al Colosseo. Quando è rimasta incinta, è arrivato lo sfratto dalla casa in cui viveva. «Ero disperata, ma ho sentito di Action e ho iniziato la lotta. Cos’altro potevo fare?». A Castrense all’inizio si strava stretti. «Noi avevamo un stanza a piano terra. Bagno e cucina in comune. Con la piccola era un problema. Ma abbiamo resistito. E dal 2005, da quando Castrense è una residenza legale, ci hanno anche rinnovato il permesso di soggiorno». Oggi ha un appartamentino con bagno, una piccola cucina e una stanza per la bimba, dove fa disegni bellissimi che regala a chi passa. E qui di gente ne passa. Si fanno riunioni politiche, assemblee, si tentano percorsi di partecipazione. E si fa cultura. Soprattutto teatro.
Gaia ha 30 anni, vive a San Lorenzo. Ha studiato all’Accademia, ha lavorato con Ronconi e con Corsetti. È arrivata a Castrense nel 2005, con la compagnia degli Sciuscià e due registi di talento, Paolo Civati e Andrea Baracco. Sono loro che hanno organizzato, lo scorso week-end, la rassegna di corti teatrali“Piccolo InCastro:espressioni fuori luogo”. Oltre trecento persone in due giorni, nonostante Juventus-Roma e il freddo polare. «Cercavamo uno spazio per le prove, una casa per il nostro lavoro. E siamo inciampati in questo posto. Ci hanno spiegato subito che questa non era una sala prove, né un luogo di passaggio. Bisognava prendersene cura. Così abbiamo cominciato. Abbiamo rimesso a posto la palestra. Abbiamo fatto degli spettacoli per i bambini e dei Festival. Partecipiamo ai turni di pulizie». Perché Castrense? «All’inizio era solo perché a Roma non ci davano altri spazi». E poi? «Poi perché questo posto ha bisogno. E perché anche la nostra arte ha bisogno di questo posto».
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