| Elemosina o reddito? GAP: prove tecniche di nuova sovranità popolare |
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Un’idea semplice: basta con la speculazione sulla nostra vita, noi questo prezzo non lo paghiamo! Nascono così quest’estate a Roma prima le “Ronde contro il carovita” e poi i “gap” - gruppi di acquisto popolari - mossi dall’idea di denunciare un mercato alimentare divenuto insaziabile non per carenza di prodotti ma per avidità di profitti. Il paradosso a cui assistiamo infatti è che laddove si coltivano i prodotti alimentari si muore di fame e di povertà, mentre qui dove questi prodotti arrivano a fiumi non si riesce ad acquistarli. Un apparente paradosso in realtà, visto che proprio su questa completa espropriazione del controllo sulla vita e sulla sua riproduzione si sono fondate tutte le “fortune” del neoliberismo negli ultimi anni, filosofia non smentita dalle misure “anticrisi” di questi giorni con le quali si tenta sfacciatamente di salvaguardare le rendite finanziarie e i profitti di Banche e grandi imprese invece del reddito delle famiglie. Non è solo il regno del Fmi, del Wto, delle “sorelle del grano” e delle multinazionali agro-chimiche – poteri spesso distanti e inarrivabili – ma per continuità d’interessi e spesso di pacchetti azionari anche quello della grande distribuzione, dei centri commerciali e delle Camere di Commercio che fanno il mercato decidendo prezzi e prodotti da comprare. Basta guardare le città in cui abitiamo, completamente in mano a poche grandi società di costruzione e del grande commercio che dettano priorità, impongono cultura e linguaggi, influenzando direzione urbanistica e modelli di vita. Altro che “rilanciare la sinistra”, quello che è andato in crisi è un intero modello di relazione che assegnava alla politica la mediazione, seppur conflittuale, degli interessi sociali di cui la sinistra ne rappresentava bene o male una parte consistente. Seppellita la necessità di governo delle contraddizioni sociali, il potere politico è passato direttamente in mano a chi lo ha sempre avuto ed esercitato, svuotando la sinistra di senso e ruolo politico. Questa è la città globale, l’avvento di un modello urbano che prima - attraverso l’uso della leva finanziaria - ha destrutturato la legittimità stessa di governo pubblico e poi ha imposto il saccheggio di territori e risorse in funzione dei suoi esclusivi interessi. E’ solo in virtù di ciò che in questi dieci anni si sono costruite case come non mai, mentre la condizione abitativa della maggioranza della popolazione precipitava senza sosta, investendo anche ceti sociali una volta al riparo. Lo stesso è accaduto con i Centri Commerciali che ormai delimitano anche fisicamente l’orizzonte urbano: una cintura di cattedrali del commercio non solo dannose ma anche inutili perché quella merce è sempre più inarrivabile a causa dell’insufficienza di reddito. E’ la corrispondenza tra le tue necessità immediate e l’offerta sociale che il neoliberismo ha fatto completamente saltare. Non importa se il prezzo del grano non è mai stato così basso, il pane e la pasta devono crescere per coprire la diminuzione del volume di vendite. E con loro gli affitti, le tariffe dei servizi urbani, le tasse… mentre il costo del lavoro deve scendere, le condizioni di lavoro frantumarsi e il sistema di tutele sociali sciogliersi come neve al sole. Certo che ci sarebbe un alternativa: basterebbe considerare l’immensa ricchezza prodotta e producibile come patrimonio dell’intera collettività e non solo di pochi, rovesciando le priorità dall’alto in basso per garantire a tutti un livello dignitoso di vita. Ma purtroppo sembra che questo non sia proprio un problema all’ordine del giorno, non ancora almeno. E’ vero invece che la “crisi” sta sbattendo in faccia a tutti la verità sui paradossi del neoliberismo costringendo i più a farci i conti e noi a doverci confrontare con la scoperta collettiva che il mito fondativo della città globale è falso e che di globale c’è solo l’avanzata di un’enorme ed esteso apartheid sociale. Questo fatto nuovo, che richiede di essere letto e interpretato in maniera migliore di questa, ci costringe a riflettere non più e non solo sulle analisi macroeconomiche che ci fanno dire da troppo tempo che è necessaria una redistribuzione della ricchezza sociale prodotta - reddito contro crisi - ma soprattutto sulle battaglie concrete in grado di coniugare oggi e non domani i diritti fondamentali con la dignità necessaria per affermarli. Ci chiede cioè - il riflesso sociale di questa crisi - di praticare le strade attraverso cui restituire “potere ai cittadini”, sperimentando nelle città e nei territori forme rivendicative efficaci per il miglioramento tangibile delle condizioni di vita, battaglie e pratiche che alludano ad una nuova contrattazione sociale, presupposto fondamentale per la conquista di autodeterminazione e autonomia. E quindi di reddito. Per questo scopo gli strumenti con i quali facemmo la battaglia sul reddito di cittadinanza sembrano a noi non essere più sufficienti, limitandosi troppo spesso ad evocarne solamente la necessità invece di animarla materialmente nel quotidiano di persone in carne ed ossa alle prese con la difficoltà a vivere, per le quali l’impegno politico sta diventando un lusso per ricchi. Sapendo che – se ne saremo capaci – questo avrà un peso anche nei confronti dell’altro grande obiettivo sindacale, l’aumento dei salari e delle pensioni, che in queste condizioni di pesante attacco alla contrattazione nazionale rischia di subire la stessa sorte: evocarne la necessità in assenza delle condizioni sociali che, sole, possono renderlo possibile. Insomma la scommessa che stiamo facendo con i Gap è quella di mettere in moto una mobilitazione ampia ed articolata, una pressione sociale in grado di rivendicare condizioni di reddito migliori per tutti e tutte mentre il Governo elargisce l'elemosina di stato con la carta sociale e i bonus. Un’attività in controtendenza costituita da azione diretta e mutualismo, occupazione della Confcommercio e vendita del pane ad 1€, blocco della Borsa Merci e spacci popolari, ronde per il controllo del prezzo nei Centri Commerciali e mercati municipali calmierati, iniziative a sostegno dei lavoratori della distribuzione e la proposta di un paniere locale di beni e prodotti di prima necessità… sperimentando la capacità aggregativa di un’azione che non rimanda solo a un domani da realizzare ma pretende di incidere oggi sulle condizioni di vita della composizione sociale che abita la metropoli, mettendola in movimento dentro un “mutualismo vertenziale” che reclama potere costituente ai cittadini organizzati, andando oltre quindi la stessa questione carovita che ci ha permesso di avviarla. Un percorso – a noi sembra – tutto dentro la ricerca che da anni abbiamo intrapreso con i centri sociali autogestiti e con il movimento per il diritto all’abitare, sottraendo spazi alla mercificazione e alla speculazione finanziaria per restituirli ad una idea diversa di comunità: solidale, inclusiva, giusta. Dove beni comuni e autogoverno popolare si sostengono a vicenda – non solo perché richiamano i temi della sovranità alimentare e della decrescita – ma soprattutto perché, testardamente, ricordano che il corno del problema è come ricostruire forme di “sovranità popolare” fuori e oltre la demagogia repubblicana, nell’epoca cioè della crisi generale della rappresentanza e degli istituti contrattuali classici. Un tema che di per se fa tremare le gambe, ma che ciononostante non può essere aggirato da nessuna tornata elettorale, o risolto con un irrigidimento identitario. Finalmente dopo anni c’è un movimento che attraversa le nostre città, portando idee nuove nelle arterie della metropoli e nei nostri riti logori e invecchiati. Se tra la loro proposta di autoriforma e la nostra idea di autogoverno c’è un nesso in grado di parlare a tutti, noi vogliamo indagarlo e metterlo in comune. E questo oggi fa la differenza, una notevole differenza che il 12 Dicembre vogliamo portare in piazza. Action - Gap Roma ![]() |
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