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La nostra storia

Una proposta politico culturale: ipotesi di percorso

Partiamo da una considerazione sostanziale: dal nostro modo di vedere la maggior parte delle pratiche politiche e delle sperimentazioni sociali degli ultimi anni si sono arenate su un terreno essenzialmente testimoniale. In pratica, se guardiamo indietro ai percorsi e ai passaggi positivi del movimento di massa organizzato dentro la nostra città, possiamo individuare solo due passaggi determinanti nel riconoscimento di un soggetto che ha rappresentato l’altra città e quindi un ridisegno della stessa in funzione di questi interessi: una è stata la delibera 26 sui centri sociali e le associazioni di base e l’altra è la più recente delibera 110 di riforma delle politiche abitative cittadine.

Una proposta politico culturale: ipotesi di percorso

Partiamo da una considerazione sostanziale: dal nostro modo di vedere la maggior parte delle pratiche politiche e delle sperimentazioni sociali degli ultimi anni si sono arenate su un terreno essenzialmente testimoniale. In pratica, se guardiamo indietro ai percorsi e ai passaggi positivi del movimento di massa organizzato dentro la nostra città, possiamo individuare solo due passaggi determinanti nel riconoscimento di un soggetto che ha rappresentato l’altra città e quindi un ridisegno della stessa in funzione di questi interessi: una è stata la delibera 26 sui centri sociali e le associazioni di base e l’altra è la più recente delibera 110 di riforma delle politiche abitative cittadine.
E’ facendo proprio questo punto di vista – apparentemente riduttivo della nostra esperienza - che vogliamo proporre un breve viaggio nella nostra complessa storia per rintracciare il filo di un ragionamento comune sulla città; un ragionamento utile per oggi, un filo che inevitabilmente sarà politico e quindi in grado di farci intravedere uno spazio e una prospettiva possibile per le pratiche di trasformazione sociale.

Tornando indietro nel nostro passato prossimo…


Dopo la battaglia contro il Nucleare e il movimento della pantera, viviamo una fase di lunga difficoltà in cui scontiamo l’essere ai margini della lotta politica. Da una parte la nascita e lo sviluppo impetuoso dei Centri Sociali ci permettono di chiudere definitivamente con gli anni ’80 riprendendo l’intervento sociale nei territori, una fase anche entusiasmante, dall’altra il tratto distintivo di questi anni è la lotta per la sopravvivenza: contro i tentativi di sgombero innanzitutto e quindi le proprietà, le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche contro i fascisti vecchi e nuovi che nei territori sono stati sdoganati dai nuovi padroni delle tifoserie e del calcio.
Il Coordinamento dei Centri Sociali nasce dentro questo crinale e dibattito, cercando di superare in avanti le difficoltà esistenti, puntando a scommettere sulla rappresentanza degli interessi del mondo dell’associazionismo di base, che non aveva spazio autonomo nella città, sia da un punto di vista fisico (come dimostrava l’esperienza dei Centri) che politico. Dopo anni fu il primo movimento di partecipazione e protagonismo dal basso, e su questo ci dividemmo con chi non ne concepiva la necessità attardandosi in una concezione ideologica dei compiti che la situazione nuova c’ imponeva. Erano gli anni del Leonka vive… e del primo governo Berlusconi che contribuiremo a far cadere.
Questo passaggio fu importante perché per la prima volta da anni un movimento dal basso riuscì, tra mille contraddizioni, ad imporre il suo riconoscimento politico in un percorso di costruzione di conflitto; un percorso cioè che parla a tutti riuscendo ad attrarre attorno a se realtà e interessi diversi da quelli dei Centri Sociali.
Questo ci ha permesso negli anni successivi di affrontare in modo diverso il rapporto con la città, in una dimensione nuova ed entusiasmante di soggetto politico che aggredisce nuove questioni sociali non più rinchiuso in se stesso come mondo separato. Lo stesso dibattito con le realtà in disaccordo con questo passaggio, dibattito a volte ruvido, subisce un indubbio arricchimento dentro un processo in cui ci si divide sempre più su questioni concrete piuttosto che sulle parole. Partendo da noi e dalle nostre esperienze stiamo imparando, tutti, a parlare alla città.
In questa dinamica l’esperienza delle Tute Bianche è il primo tentativo nazionale che facciamo per consolidare questo nuovo profilo, provando a rappresentare – prima dentro un piano nazionale, poi anche europeo - la nuova composizione sociale delle metropoli, quella di cui siamo espressione: il mondo della precarietà. In realtà, con un po’ di spocchia, potremmo anche dire che una prima prova di “sinistra europea” nasce su quel treno per Amsterdam…
A questo punto abbiamo assunto anche sociologicamente il fatto che la  maggioranza dei compagni e dei frequentatori dei nostri posti è composta da persone alle prese con la precarietà come sistema di vita; e capito che non possiamo fare a meno di rappresentare questo insieme di interessi sociali che abbiamo contribuito a far emergere con la battaglia per la delibera.
Indipendentemente dagli esiti di questo primo tentativo che portò a Roma alla nascita dell’esperienza del Dac e quindi ad interpretare la questione casa come pezzo del mosaico di cui è composta la battaglia contro la precarietà e per un reddito di cittadinanza, questa prima fase si conclude con un bilancio più che positivo: di fatto un avvio alla regolarizzazione per quasi tutti i Centri Sociali che ci permette di cominciare a ragionare d’altro, di aprire altri fronti di intervento, di sperimentare ipotesi di lavoro politico e sociale d’altro tipo.
Di fatto tutti i Centri Sociali nati dopo l’approvazione della delibera non hanno dovuto vivere le difficoltà della prima fase che grosso modo si è chiusa con la battaglia de La Torre, senza cioè aver vissuto il rapporto di scontro e resistenza che fu proprio di questa stagione. In realtà dopo la battaglia della Torre nel ’96 i nuovi centri sociali sono più figli della mediazione istituzionale che del conflitto.

Gironzolando intorno al governo della città: la mediazione istituzionale

La nostra elezione in consiglio comunale come indipendenti delle tute bianche e di una rete trasversale di centri sociali e associazioni, per lo più espressioni del variegato movimento romano, cambia il nostro ruolo nel rapporto tra istituzioni e società civile. È la stagione delle incursioni istituzionali, della voce dei senza voce, della sperimentazione di nuovi spazi di democrazia, dell’autogoverno e della diplomazia dal basso. Camminiamo per anni sul filo dell’ambivalenza: da una parte il ruolo nelle istituzioni locali e dall’altra continuiamo nelle nostre pratiche di conflitto sul terreno dei movimenti sociali. Nunzio D’Erme diventa il consigliere comunale più famoso d’Italia anche grazie all’innovazione rappresentata da questo insolito modo d’interpretare la funzione pubblica.  
Questa collocazione favorisce l’occupazione e il consolidamento di nuovi e vecchi centri sociali e l’apertura della stagione di lotte per il diritto all’abitare con la conquista di Via Masurio Sabino arrivata a fine legislatura. La visibilità delle nostre lotte e delle proposte è al suo culmine.
Nelle amministrative successive del Maggio 2001 arriviamo primi nelle liste del Prc e questo ci consente di conquistare nuovi spazi di consenso e di intervento oltre il movimento no-global. È chiaro che il rapporto con il PRC in questa fase è conflittuale ma virtuoso, siamo a prima di Genova e il movimento dei movimenti comincia a prendere corpo. Il Partito della Rifondazione, per suoi interessi, ritiene strategico il rapporto con la realtà anti-globalizzazione ma al tempo stesso si ricolloca politicamente nello spazio funzionale al futuro governo Prodi.
Dopo quelle giornate di Luglio e la morte di Carlo arriva l’11 settembre, e il movimento dei movimenti inizia la sua fase discendente. Bertinotti e la non violenza sono lo strumento su cui si fa leva all’interno di un corpo sociale unito nei social forum e nelle specifiche pratiche, ma ancora più importante è che le giornate di Genova ridimensionano anche le forme di lotta che noi come disobbedienti avevamo innovato e utilizzato.
Questo ciclo di lotte deposita, come sempre, migliaia e migliaia di procedimenti giudiziari sui militanti e gli attivisti dei movimenti. La vendetta del potere non si fa attendere, si vuole costruire un teorema giudiziario che argini il dilagare del movimento di lotta dalla disobbedienza politica alla disobbedienza sociale. Si punta a delegittimare il conflitto sociale dalla sua natura politica rendendolo mero problema di ordine pubblico e penale. Chi si organizza, dai disoccupati ai lavoratori o i senza casa, viene accusato di associazione a delinquere o di reati che nulla hanno a che fare con il conflitto sociale.
È in questo contesto che proviamo a forzare la mano agli assetti di potere che si andavano configurando con una spregiudicata candidatura al parlamento europeo di Nunzio. Il risultato è stato brillante – più di 20.000 voti - ma abbiamo impattato con il nuovo quadro politico che includendo rifondazione nell’area prodiana imponeva ai primi di escludere le aree più radicali e interne al movimento. È qui che rompiamo con il prc.

La stagione dell’auto-sufficienza e della sopravvivenza

La nuova esperienza che nasce deve fare i conti con questa nuova collocazione oggettiva e capire come crescere nel rapporto conflittuale con il governo vero della città. E’ in questi anni che arriva a completa maturazione un ciclo di lotte su uno degli aspetti più diffusi e odiosi della nostra precarietà, la difficoltà abitativa. Con il bagaglio di esperienza che ci siamo fatti con la delibera 26, sperimentiamo nel tempo un intervento sulla questione abitativa che parla il linguaggio del diritto all’abitare per tutti. Quello a cui puntiamo è di realizzare una nuova politica abitativa, dentro un processo di consultazione dal basso che tenda a ridimensionare la pervasività dei poteri forti. Dal diritto alla socialità al diritto all’abitare la nostra esperienza è cresciuta… Il filo di ragionamento che ci guida è sempre quello di non frammentare le singole particolarità, ma di fare gli interessi complessivi del movimento dentro gli interessi collettivi della città: questo è il profilo politico e culturale che negli anni abbiamo assunto. Consapevoli che questo processo è possibile unicamente dentro una vera dinamica conflittuale.
Tant’è che seppure tutto ha inizio all’insegna della mediazione istituzionale, perché nel ’97 entriamo in Consiglio Comunale con Nunzio, si chiude con le accuse di associazione a delinquere e con gli arresti dello stesso Nunzio.
In questo contesto matura il processo che porterà alla delibera 110 di riforma della politica abitativa, cioè dentro un processo reale che non è fatto di belle idee ma di confronto e scontro con la realtà, e la capacità dei movimenti di immaginare un nuovo indirizzo per la vita di questa città, facendolo nascere dal basso, nel rapporto reale con le persone in carne ed ossa ed i loro problemi.
Ed è proprio questo processo ed i risultati che ottiene che manda in crisi i partiti e le forze della sinistra prima … e poi anche noi.
Aumentiamo la nostra presenza nei territori, facciamo decine di nuove occupazioni, mentre altre vengono consolidate. Si comincia a strutturare un intervento sulle politiche di accoglienza dei migranti e si ragiona intorno alla precarietà anche affrontando il tema del reddito di cittadinanza.
Ora però siamo più esposti, non abbiamo più la copertura politica di rifondazione. In consiglio comunale spesso ci ritroviamo soli di fronte a un centro sinistra sempre più sordo alle questioni da noi sollevate. Riusciamo ad unire i movimenti sociali – tra l’altro solo attorno ad alcune questioni sociali - ma non troviamo un respiro politico adeguato. La nostra esperienza, segnata dal rapporto negativo con le forze politiche istituzionali, immagina la costruzione di uno spazio arcobaleno trasversale ai partiti e alla società civile.
Ciò che proponiamo inasprisce i rapporti con la sinistra istituzionale, spesso anche il movimento più vicino a noi è preso dai suoi futuri particolarismi istituzionali che, invece, dalla costruzione di un ambito autonomo che sappia rappresentare le idee e le aspirazioni di cui siamo interpreti.
Ci presentiamo alle comunali 2006 dopo un’estenuante processo di logoramento portato avanti da Verdi, Rifondazione e Comunisti Italiani e il movimento ci vede più come un nuovo partitino che come un’occasione per tutti. Ciò che abbiamo fatto non è più sufficiente dentro il nuovo contesto politico. La risicata vittoria di Prodi aumenta il potere dei partiti della sinistra radicale e la loro capacità di influenza verso il nostro storico referente sociale. Il ceto politico di movimento si ricicla perlopiù dentro rifondazione e Verdi o in aree contigue, e noi a questo punto scontiamo anche il fatto di non riuscire a dire alla città chi siamo e cosa proponiamo. Restiamo sordi al campanello d’allarme suonato nel fallimentare tentativo del senza volto alle primarie e andiamo avanti. La nostra lista, pur nello sforzo di centinaia di compagni e compagne che porteranno quasi 9.000 voti alla Lista Arcobaleno, viene platealmente sconfitta lasciando irrisolto il tema politico da noi sollevato.  

Ripartire: le lotte, i processi e la collocazione politica.

Detto ciò, torniamo all’assunto iniziale: dentro questa complessa esperienza politica che dura ormai da più di 15 anni e che, proprio a causa di ciò, rende sempre più difficile mantenere la barra di ragionamento al centro, dobbiamo essere in grado di valorizzare ciò che ne rappresenta la sostanza e il patrimonio politico, in definitiva la nostra identità: è questa che va messa in risalto, storicizzando il resto. Un identità che parla il linguaggio del conflitto sociale nell’epoca del neoliberismo e delle città globali, che cioè si struttura nel tempo – battaglia dopo battaglia – innanzitutto intorno alla necessità di una narrazione comune, di un interpretazione dei profondi processi che attraversano le metropoli trasformando le relazioni sociali e la percezione dei soggetti stessi che le compongono. Un identità politica che proprio a causa di ciò e delle scommesse che con coraggio e a volte anche con incoscienza decide di fare, sperimenta nel fuoco della lotta la possibilità di mantenere aperto uno spiraglio per un ipotesi di trasformazione sociale non omologabile alle vulgate dominanti, oggi rappresentate dal veltronismo.
Questa identità non è rappresentabile con i passaggi politici o le scelte organizzative che volta per volta abbiamo compiuto, ne con i compagni di viaggio che abbiamo periodicamente incontrato o scelto. Proprio perché non è un identità statica, sclerotizzata nei riti di qualche chiesa di riferimento, ma bensì un fenomeno sociale in formazione dentro un processo di sperimentazione reale, quest’identità si compone unicamente di quei momenti politici in cui è riuscita a dare voce e sostanza a quel processo di aggregazione e di lotta che ha trasformato concretamente le relazioni sociali nella città. Per questo parlavamo delle delibere 26 e 110 e delle cose che le hanno rese possibili come esemplificazione del ruolo svolto come soggettività politica. Non si tratta di scomporre quello che siamo, isolando l’attività “legislativa” dal resto e riconoscendogli una valenza superiore a quella reale; ma piuttosto di concepire la “scrittura di leggi” come il risultato di un profondo processo politico e sociale che mette le classi subalterne, gli ultimi - chiunque essi siano - in condizione di svolgere una funzione pubblica. E’ questa conquista politica che rappresenta più compiutamente di altre il contributo e la maturità raggiunta dal conflitto sociale in città e dell’area politica che maggiormente ne rappresenta l’espressione.
Il resto, tutto il resto, compreso il ruolo avuto da Nunzio nel consiglio comunale sono state solo articolazioni di questo processo, interpretazioni possibili degli strumenti che potevano aiutare lo sviluppo di quella tendenza all’autogoverno locale che intravediamo contrapporsi al governo globale del neoliberismo. In sintesi, quello su cui realmente abbiamo scommesso e vinto in questi anni – a volte anche inconsapevolmente – è sulla possibilità o meno di realizzare nuove istituzioni sociali che potessero sostenere un graduale ampliamento del processo di formazione delle decisioni in grado di incidere sostanzialmente sul terreno dei diritti di cittadinanza, confrontandoci con il tema dei temi: lo sviluppo di forma nuove di democrazia e di rappresentanza.
Se ciò è vero, ne conseguono alcune considerazioni fondamentali.

La prima, inevitabile ma per nulla scontata, è che l’esperienza ci ha dimostrato che questo processo è possibile unicamente dentro una dinamica di movimento reale, cioè dentro un conflitto a volte anche duro con le istituzioni e con i poteri forti che punta ad ottenere diritti per tutti investendo i punti alti delle contraddizioni sociali. La mediazione politica e la trattativa sono possibili solo ed unicamente a queste condizioni e di solito vengono successivamente. Il fatto che alcune vertenze siano oggi incanalate dentro un percorso di trattativa non deve farci perdere il senso politico di come ci siamo arrivati, ne farci assumere la trattativa come l’obiettivo e scopo ultimo della nostra azione.
Di fatto, indipendentemente dalle volontà e dalle predisposizioni personali di ognuno di noi, riusciamo a realizzare balzi in avanti e\o consolidamenti in  questo processo solo dentro una forte cultura di movimento che dà anima e passione alla nostra esperienza. E’ questo contributo generoso – che arriva anche al paradosso di stare ovunque e di difendere sempre tutti – che ci ha permesso di assumere il profilo che abbiamo oggi. E questo tratto distintivo della nostra identità dobbiamo conservarlo  con estrema cura – anche se intelligentemente in questa fase - contro ogni tentativo o pericolo di svilimento.
La seconda considerazione importante da fare è che questo processo avanza soprattutto in funzione dello spazio politico cittadino. E’ una questione di obiettivi e vertenze concrete certo, che maturano in alcuni momenti e non in altri, ma è anche questione di proporre continuamente al movimento di confrontarsi con la necessità di strumenti di organizzazione politica che garantiscano autonomia ed agibilità. Di prendere atto cioè della necessità di uno spazio di confronto e di azione comune, quindi culturale e politico, che dia forza al processo di nuovo protagonismo sociale che abbiamo contribuito a realizzare nella città.
La terza considerazione è che questo processo per essere tale non può essere autorappresentato ma reale. Si tratta cioè di capire che la realizzazione di nuove istituzioni sociali dentro un processo di partecipazione e sperimentazione di forme di autogoverno popolare, non è possibile in una condizione di isolamento da quadro politico. L’esperienza di Nunzio è stata anche questo, oltre alla sperimentazione di un reale coinvolgimento del prc dentro un processo di formazione di una nuova sinistra che alla prova dei fatti ancora non si è data. Le forme e le modalità che assumerà questo processo in futuro non sono prevedibili, ma ciononostante è importante che consideriamo l’attuale ambito di ragionamento e contaminazione a cui stiamo lavorando, la Sinistra Europea e la Sinistra l’Arcobaleno, come lo spazio politico in cui questo processo può maturare. E, quindi, ne assumiamo fino in fondo l’identità contribuendo alla nascita e allo sviluppo di una sinistra moderna e radicale.

Action 2008
 

 

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