| Badanti Italia (2008): il welfare “fatto in casa” |
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La fotografia che emerge dall''indagine Iref-Acli del 2006, compiuta
sui collaboratori e le collaboratrici domestiche di origine straniera
in Italia, mostra che solo il 25% circa vuole rimanere in Italia. La
maggior parte è intenzionata a tornare in patria o spostarsi altrove,
al più presto (28%) o non appena conclusa l’esperienza lavorativa
(47%), purché duri solo pochi anni ancora (60%). Il 70% circa di coloro
che convivono con la persona assistita, non ha intenzione di portare
avanti il proprio lavoro ancora per molto. Del resto, già al momento
della partenza, 6 su 10 pensavano di venire in Italia soltanto il tempo
necessario per risparmiare dei soldi. Il 24% è in Italia senza
documenti di soggiorno. Il 57% lavora del tutto o in parte in nero: tra
questi, il 61% concorda col datore di lavoro le irregolarità nei
versamenti. Da dove provengono e chi sono La maggior parte è originaria dell’Europa dell’Est (31%), seguono quelli provenienti dalle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica (29%). Vi sono poi i collaboratori provenienti dall’Asia (16%), dal Centro e Sud America (14%), infine dall’Africa (9%). In diminuzione quelli provenienti dalle Filippine. Minoritaria la componente maschile, infatti le donne rappresentano l’84%. L’età media è di 40 anni. Le famiglie “divise” sono più del 60%. Il 40% spedisce ai propri familiari almeno la metà dei suoi guadagni, soprattutto tra coloro che vivono lontano dai propri cari. Istruite e non più giovanissime Nell’ultimo decennio è cambiata l’estrazione sociale di colf e badanti. Chi faceva questo mestiere in passato proveniva da un basso ceto sociale. Oggi molte donne straniere appartengono invece a ceti medi e hanno un buon bagaglio culturale. Secondo la ricerca Acli-colf, la maggior parte ha un grado di istruzione elevato: nel 60% dei casi ha un diploma o addirittura una laurea. Quasi il 60% ha più di 35 anni. L’arrivo di migliaia di badanti non più giovanissime ha cambiato anche le caratteristiche dell’immigrazione femminile. Nel 1999 le immigrate tra i 40 e i 60 anni erano il 9,6% del totale, oggi raggiungono il 14%. Ben 40 comunità straniere nel nostro Paese hanno una presenza femminile superiore al 70%. Secondo i dati della regolarizzazione del 2002 (indagine Ismu) le più anziane tra le collaboratrici domestiche e familiari sono le donne ucraine (41 anni), mentre le più giovani sono le rumene (30 anni). Si lavora “in nero” Quasi un collaboratore su quattro (24%) vive e lavora in Italia in condizione di irregolarità, mentre il 54% ha un regolare permesso di soggiorno e il 18% è riuscito ad ottenere una carta di soggiorno. È stata soprattutto la sanatoria del 2002, secondo l’Iref, a permettere loro di mettersi in regola, mentre tra chi è entrato dopo la percentuale di irregolari sale al 41%. Più della metà (57%) svolge inoltre il proprio lavoro completamente o in parte senza contratto. Tra di essi, il 24% sono coloro che non possono avere un contratto perché residenti in Italia irregolarmente, mentre il 33% sono coloro che pur essendo regolari svolgono almeno un lavoro in nero. Tra questi ultimi, oltre la metà (55%) denuncia delle irregolarità nei versamenti previdenziali, tra coloro a cui non vengono versati e quelli a cui vengono versati solo parzialmente. Da rilevare che nel 61% dei casi questa opzione è il frutto di una scelta concordata dalle due parti in causa, datori di lavoro e collaboratori, quando non sono questi ultimi a chiedere di essere pagati in nero (14%). Quanto guadagnano Su una media lavorativa di 42 ore settimanali, lo stipendio mensile è di 880 euro, con una paga oraria media corrispondente a circa 6 euro. Ma forte è la disparità di trattamento, nel senso che chi è più “fragile” - perché irregolare e in Italia da meno di 2 anni – lavora in media 17 ore in più a settimana rispetto a chi è regolare e risiede nel nostro Paese da oltre 10 anni (50 ore contro 33), ma g |
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