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Cenni per un ragionamento sulle forme della politica PDF Stampa

«Non parlo a tutti. Parlo a chi ha una
certa idea del mondo e della vita…»
Franco Fortini

Dopo alcuni giorni di smarrimento, ormai è abbastanza evidente che l’avvento di Alemanno al governo della città non è solo il riflesso del successo nazionale delle destre, ma anche il prodotto avvelenato di quel “modello Roma” che - privilegiando il rapporto virtuoso con i potentati economici e finanziari invece che con la città - ha premiato chi di quella cultura e interessi è il naturale interprete e rappresentante. La città globalizzata insomma ha divorato i suoi figli. Chi ha preteso di assecondarla per poterla governare si accorge solo oggi che, suo malgrado, è stato poco più che uno strumento in mano ad un economia feroce e spietata, un passpartout che ha facilitato la diffusione in città di una cultura dell’esclusione e dell’odio.
Si è puntato tutto sul coinvolgimento dell’elite romana aprendogli le porte della città a suon di accordi di programmi, e pensando di utilizzare la rendita finanziaria per attrarre capitali da destinare poi anche alle politiche sociali. Il risultato è tutto nelle decine di centri commerciali e nell’espansione incontrollata del consumo di suolo e di cittadinanza che soffocano Roma con una mobilità privata e individuale ormai fuori controllo e riempiendo oltre misura le liste di attesa per la casa popolare.
L’altro grande assist del “modello Roma”, la città vetrina, non ha avuto miglior fortuna. Come l’edilizia “contrattata” doveva attrarre turismo e investimenti, proiettando la città verso le grandi metropoli Europee. E c’è riuscito, trasformando l’ambito urbano da luogo da vivere a luogo da consumare, spopolando il centro storico e la prima cintura urbana e abbandonando la periferia al suo destino di riserva per una forza lavoro precarizzata e senza diritti Si è così costretta una parte consistente della popolazione a migrare verso il raccordo e oltre, da dove guardare con rabbia e invidia la città storica lustrata a festa occupata da nuovi ricchi e “pellegrini”.
Si è incrinato così il rapporto con i cittadini e le periferie. Assumendo come prevalenti le regole del consumo e del mercato si sono selezionati gli interlocutori privilegiati, riservando agli altri lo spazio di una partecipazione svuotata di ogni senso e significato. La perdita di credibilità della sinistra e delle forze che vi si rifanno è solo il dato più macroscopico e a noi evidente del conseguente collasso della coesione sociale e relazionale che ha comportato inseguire il liberismo sul suo terreno. L’intolleranza e il razzismo dei quartieri popolari sono i fenomeni che meglio di altri denunciano questa perdita di centralità sociale della cittadinanza nella disfatta della dimensione pubblica e collettiva dell’abitare urbano. Fenomeni che, in assenza di altro, si candidano naturalmente a rappresentare l’unico immaginario a portata di mano per settori sociali in cerca di un collante “ordinativo”.

In queste condizioni non può consolarci sapere che la destra non sarà una soluzione. Intanto perché questa destra si è già dimostrata capace di cogliere e interpretare lo scollamento sociale creato dal “modello Roma” e adesso deve per forza tentare di cementare un blocco sociale che la sostenga. Ma soprattutto perché questa situazione è alimentata da una ventata di destra che attraversa tutta l’Europa alle prese con la recessione economica e i grandi temi irrisolti della globalizzazione. La pressione esercitata dalle economie del sud est asiatico sulla produzione e quindi sui rapporti di lavoro, quella esercitata dalla questione energetica e dai flussi migratori spingono quasi naturalmente - dopo la pessima performance delle coalizioni “progressiste” - verso l’adozione di politiche protezionistiche in economia, con il conseguente corollario di sovrastrutture ideologiche “regressive”.
E’ lungo questa linea che si collocherà anche la discontinuità del modello roma di Alemanno, che si propone di esaltare la funzione dell’economia reale e della rendita fondiaria - magari risucchiando margini di manovra alla speculazione finanziaria - con l’idea che questo possa funzionare da volano per uno sviluppo sociale meno squilibrato. Un modello che realisticamente opererà un saccheggio peggiore del vecchio, rischiando alla lunga anche di entrare in tensione con un economia globalizzata e determinando un effetto di ritorno peggiore dell’attuale, ma che ha il pregio di parlare una lingua comprensibile ai più. Talmente comprensibile che anche il tema delle privatizzazioni spinte - l’altro grande motivo della destra - rischia di passare socialmente sotto silenzio, se non apertamente sostenuto dalla retorica contro tutto ciò che è pubblico.

Se questo è vero, se quanto detto si avvicina anche solo lontanamente ad una descrizione approssimativa e sommaria della realtà romana, è evidente che quello che stiamo vivendo non è un momento di “opposizione” come tanti altri ce ne sono stati nella storia della città. Non lo è per chi - i partiti della sinistra - per la prima volta dopo anni si trova fuori dal governo cittadino, ma anche per quei movimenti e realtà autorganizzate che sono sempre stati opposizione anche durante le giunte Rutelli e Veltroni. La vittoria della destra sancisce definitivamente la fine di un ciclo politico a sinistra fondato sulla possibilità che si potesse condizionare lo sviluppo della città globale attraverso il governo illuminato delle sue contraddizioni. Se questa ipotesi aveva forse una chance quando i tassi di sviluppo economico lo permettevano, l’accentuarsi progressivo dei fenomeni di stagnazione produttiva e inflazione hanno ridotto anche quei limitati margini di manovra che la giustificavano.
E’ un intero sistema di riferimenti politici che entra in crisi, che collassa su se stesso nel franare dei suoi presupposti stessi, svuotando di significato concetti come sinistra e opposizione sociale che sono stati fino a ieri l’alfa e l’omega di una vasta azione cittadina che aveva come obiettivo immediato il miglioramento della qualità della vita pur nella diversa accezione dell’idea della trasformazione sociale. Un sistema articolato di vasi comunicanti che - per quanto conflittuale al suo interno - muoveva tutto dentro la logica classica del vecchio contrattualismo: rivendicazione sociale = rappresentanza politica = allargamento degli spazi e dei diritti.
Le elezioni recenti hanno dissipato le ultime illusioni che la modernità fosse ancora permeabile a quel sistema di riferimento e non – come invece è - la proposta liberista del suo superamento. Svelando tutta la fragilità sociale e culturale della “sinistra” e lasciandoci in eredità la ricerca di nuove forme di contratto sociale da inventare e sperimentare dentro le trasformazioni avvenute nella composizione materiale della città. Misurandoci col tema della ricostruzione del potere decisionale perso dai cittadini, dell’individuazione dei luoghi della sua formazione e delle forme di rappresentanza conseguenti. Un tema grande come una casa, ma l’unico in grado di aprirci la porta ad un attraversamento della modernità con una qualche possibilità di uscita.

In questa direzione pensiamo sia utile avviare al più presto un confronto collettivo sulla necessità che nei diversi territori e municipi si creino ambiti di relazione e azione politica che mettano al centro i cittadini intesi finalmente come “abitanti dello spazio urbano” e non più solo come lavoratori, studenti, precari, senza casa, migranti o utenti. Spazi cioè che non annullino le specificità ma bensì ne valorizzino le potenzialità sperimentando forme di mutualismo solidale, di welfare dal basso e vertenzialità sociale attraverso cui praticare la nostra idea di città. Non si tratta di immaginare la città che vorremmo ma di farla, facendo assumere ai luoghi quella centralità che fu della fabbrica, del partito e del sindacato riconoscendo all’autogoverno dei cittadini il potere di forza istituente: restituendo nelle mani delle comunità locali il senso della gestione della “res pubblica” e indicando al contempo una strada per la dimensione moderna della politica.
Apriremmo così un campo di attività immenso che ha il pregio di riordinare le priorità, ribaltando la fonte di legittimazione della politica dall’astratto al concreto, dall’alto al basso. Una base di partenza per immaginare la città come lo spazio possibile di una grande vertenza su affitti, servizi, prezzi e tariffe che sperimenti un nuovo contrattualismo su base metropolitana in grado di restituire al conflitto sociale il potere costituente di nuove relazioni sociali.

Fabrizio Nizi, Action
 
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