
| Il cielo della politica è tornato sulla terra. |
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“Ritornare a scrivere il cielo”, così dicevamo poco prima del diluvio usando pensieri e parole prese in prestito da quella grande persona che è Franco Piperno. Un po’ profeti e un po’ cassandre, avevamo annusato la necessità che nuove parole e nuovi concetti si sostituissero a quelli ormai fuori corso. Che non fosse più sufficiente aggiornare la mappa del mondo, ma che bisognasse rifarla. Quando finisce un’epoca storica com’è finita questa, con una lacerazione profonda delle ragioni della precedente, l’arte del rammendo è inutile. Serve un punto e a capo grosso come una casa e il coraggio per ricominciare. Altro non serve. Né la “caccia al colpevole” né l’ansia da prestazione. L’una perché è un’azione troppo selettiva di fronte al crollo di un’intera cultura politica cresciuta sul mito e il primato della rappresentanza parlamentare. L’altra perché l’elaborazione del lutto è un’operazione lunga che ha bisogno di tempo e fatti nuovi, di nuove sperimentazioni. Non si ricomincia mai da zero quando si parte da se stessi, ma ciononostante la strada sarà lunga e bisogna saperlo. Volendo trovare una similitudine direi che siamo tornati a prima della rivoluzione francese, a quello spartiacque che divise il mondo antico dalla modernità e polarizzò tra destra e sinistra le sensibilità e gli interessi che in quel mondo si agitavano. Poi l’800 e meglio ancora il ‘900 diedero a questi concetti il significato che hanno avuto per tutto un lungo periodo. Oggi siamo di nuovo in un tempo storico di mezzo, tra un passato duro a morire e un nuovo difficile da decifrare, ma nella necessità vitale di trovare al più presto una nuova definizione per rappresentare l’orizzonte moderno di quel sistema di valori che si definì sinistra e che il mondo ha prima estromesso da realtà e immaginario collettivo e poi anche dalle istituzioni. Le elezioni del 13 e 14 Aprile ci lasciano in eredità questo tema innanzitutto e non come vincere le prossime, come qualcuno continua a pensare. Quello cui stiamo nostro malgrado assistendo, è un vero e proprio cambio di paradigma politico, seguito a quello produttivo, che continuerà a macinare i suoi effetti ben oltre queste elezioni perché è il concetto stesso di politica – intesa come azione collettiva che ha per oggetto la gestione della cosa pubblica – che è stato cancellato e con esso il senso che ha rappresentato, nel bene e nel male, la sinistra. Una legislatura “costituente” poi farà il resto, distruggendo col piccone e la dinamite quello che il cataclisma ha lasciato in piedi. Questo non significa che non esistono più persone che si dicono di sinistra o che il mondo sia diventato un bel posto dove vivere, ma semplicemente che il termine sinistra non è più in grado di rappresentarne la tensione al miglioramento. D'altronde non è di oggi questa perdita di capacità evocativa, annegata nella pretesa di rappresentare tutto e il suo contrario: la battaglia contro il saccheggio del territorio e la connivenza con i poteri forti; la lotta contro gli inceneritori e la casta; il movimento altermondialista e la governance del governo Prodi; l’alterità e il bon ton. Tutti esempi di un’ubiquità praticata e voluta che ha segnato in maniera irrevocabile la perdita di qualunque utilità sociale decretandone la scomparsa. Se questo è vero, è evidente che qualsiasi azione di “tenuta” e di “resistenza” è destinata a fallire se non è anche ricerca di nuovi punti di appoggio, di sperimentazione ed elaborazione politica in grado di reggere il confronto con il nuovo assetto politico e sociale che il paese ha assunto o sta assumendo. Perché in assenza di fatti nuovi questa rottura si tirerà appresso in breve tempo tutti i residui, tutte le forme di rappresentanza che si ostinano a fare il verso alle vecchie. Al massimo qualcuno resisterà “un minuto di più”, ma nient’altro. E allora, mi domando, perché si continua a discutere d’altro? Che senso ha disquisire oggi di “costituente di sinistra” o di “primato del partito” quando è proprio l’attaccamento feticistico a questi concetti che ci ha impedito di prevenire per tempo la catastrofe? Viene quasi da pensare che l’autoreferenzialità sia penetrata così a fondo nella sinistra da diventarne elemento ontologico, fondativo del suo modo d’essere e d’interpretare il mondo. Come se quest’eccedenza neanche più ideologica ma ormai solo metapolitica rappresentasse senza appello la sua esaurita funzione storica e sociale, la sua definitiva trasformazione in pura finzione scenica. Eppure la realtà ci offre spunti di riflessione che sembrano andare in tutt’altra direzione. Ad esempio se questo cambio di paradigma ci consegna una gestione del potere epurata dalla politica e dalle forme che hanno preteso di rappresentarla, vuol dire che il cielo della politica è tornato sulla terra e che da lì dobbiamo ripartire. E non solo perché in un altro posto non c’è più, mandata a casa o in procinto di esserlo, ma perché se si intende rintracciare il nesso profondo e nuovo tra gli individui e la società solo da questi e dalle loro contraddizioni reali si può ripartire. Questo è - oggi - il cielo della politica. E’ questa materialità fatta di condizioni reali, di garanzia o meno di diritti sociali e civili l’alto da prendere in mano subito; il basso è condizionare questa scelta alla possibilità di un futuro accordo o meno con il Partito Democratico. Sono prima di tutto le relazioni con i movimenti e le realtà della società civile, l’alto della politica; vincolare queste relazioni a una decisione presa a priori è il basso in cui continuiamo a scendere. E’ la verifica dei percorsi e il confronto delle pratiche che, adesso, rappresenta il cielo della politica. Mentre tentare ancora una volta di farci schierare in questa disputa è il fondo cui ci sottraiamo con piacere. Questa semplice considerazione, in realtà banale, è anche una prima risposta a una delle domande fondamentali che la scomparsa della politica ci lascia: Chi decide e per fare cosa? Una domanda che chiama in causa noi così come l’intero paese che in queste elezioni ha dato una risposta decisionista e autoritaria. Attraversa il sindacato e le comunità territoriali, l’architettura delle istituzioni e le forme della democrazia diretta, la fiscalità generale e la finanza degli enti locali, la politica comunale e quella di municipi. Per questo sarebbe importante segnalare sin da subito una discontinuità chiara col passato, restituendo la sovranità delle scelte, grandi o piccole che siano, alle comunità umane coinvolte direttamente dalle conseguenze di queste scelte. Bisogna segnare un discrimine e renderlo evidente: da una parte chi opta per il primato della collettività, dall’altra chi per il primato della politica e del potere. Non si tratta di esaltare l’autonomia del sociale ma di costruire le condizioni affinché la politica torni ad essere spazio pubblico collettivo e condiviso, aperto e includente, disegnando i confini entro cui aiutare a crescere un nuovo “mito fondativo” - un’etica pubblica moderna, spendibile socialmente - che sostituisca la funzione che fu della sinistra e delle sue forme organizzate. Questo ci conduce direttamente alla domanda successiva: Dove si decide e come? Che non sia solo puro formalismo ormai dovremmo averlo capito. Ma per dimostrarlo dobbiamo fare uno sforzo ulteriore riconoscendo ai luoghi del conflitto la centralità che gli spetta. Una centralità acquisita in anni di lotte e vertenze sociali che hanno coinvolto il movimento dei beni comuni, ma anche molte esperienze sindacali e d’autorganizzazione metropolitana. Si tratta ora di assumere i territori e le comunità locali come lo spazio della decisione politica, non uno tra i tanti ma quello da cui partire. Lo stesso successo elettorale della Lega ci parla della trasformazione dei luoghi da punto di caduta delle politiche nazionali a momento di formazione delle identità moderne, dove per luoghi si intende non un entità geografica definita a priori ma quella costruita dall’azione diretta e resa visibile dal conflitto. Un conflitto fondato sull’appartenenza territoriale come modo di essere e baricentro dell’identità per forme e forze sociali nuove costrette a subire le imposizioni e gli assetti calati dall’alto. Luoghi di confine in tutti i sensi, facili prede di una cultura razzista e delle “piccole patrie”, ma proprio per questo terreno fondativo per una politica in grado di misurarsi concretamente con le questioni poste dallo sviluppo sociale. Innanzitutto immaginandolo come lo spazio di una nuova contrattazione territoriale, ampliandone le prerogative agli standard urbanistici, alla qualità della vita e alle condizioni sociali. Provando cioè a cimentarsi con la realizzazione di un nuovo livello di vertenzialità - in aggiunta o in sostituzione di quello nazionale in via di dismissione - in grado di condensarne le potenzialità in nuova forza sociale. Il resto lo capiremo strada facendo. Fabrizio Nizi, Action – diritti in movimento, Roma |
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